Il ruggito della tigre Brignone, l'abbraccio leale delle avversarie sconfitte e il silenzio di Sofia Goggia

di Francesco Battistini, inviato a Cortina

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La giornata memorabile di Federica che vince il secondo oro olimpico eguagliando Tomba. L'incredulità e la commozione del fratello: «Sono ammirato, nonostante abbia vissuto il suo percorso con lei, indipendentemente dagli ori che è riuscita a vincere. È un onore poterle stare al fianco»

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La Tigre e la neve si guardano feroci. Sole a dirotto, silenzio nella vallata delle Tofane. Alle 14,25, il casco dipinto e tigrato di Federica Brignone si sporge sul circo bianco e tutta l’Olympia sbianca di paura. Non è più una pista: è la preda. «L’atmosfera qui dà un’adrenalina bellissima», dice Fede. L’occhio di Tigre scruta la tribuna laggiù, che solo poco fa s’agitava nel baccano d’un un piccolo Maracanà — altro che il brasiliano vincitore di Bormio — e ora tace. Soltanto lo speaker azzarda una battuta, «the tiger in the cage», ma Fede perdonalo, perché non sa cosa dice. La gabbia si spalanca. E la Brignone si mangia tutto quel che è sceso prima di lei: la svedese Sara Hector e la norvegese Thea Stjernesund, la spaurita Mikaela Shiffrin e la sparita Sofia Goggia. Meno 74, meno 73, meno 84, meno 96. Ogni intertempo è un’artigliata alla classifica. La placca nella gamba fa il suo bravo mestiere – evitare fastidi -, la pressione nella testa se ne sta in un angolino, la neve s’arrende e diventa borotalco. Forza Fede, grida adesso la tribuna, vai che non hai nulla da perdere, né da dimostrare. E non c’è sciolina migliore dell’adrenalina.

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Il ruggito della seconda vittoria in tre giorni, e dell’italiana più medagliata di sempre alle Olimpiadi sulla neve, è un roar di due minuti, 13 secondi e 50 centesimi. Tigrissima Fede. Lei, non la domi: s’accuccino le altre, semmai, si mettano in ginocchio. E chi s’inchina, ha perduto. Sara&Thea, le due seconde, docilissime, si sottomettono subito. Corrono incontro a Sua Felinità. Si sdraiano ai suoi scarponi. La venerano come una divina. E infine l’abbracciano generose, con uno di quei nobili gesti che nessun’azzurra della squadra sa concederle (men che meno l’invisa Sofia). Prostrate, non frustrate, vere medaglie della lealtà: «Fede se lo meritava, l’idea d’inginocchiarci c’è venuta perché lei c’ispira, perché ci spinge a sciare meglio, perché è d’un altro livello, perché ne ha passate tante. E perché è una persona perbene».

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Dieci mesi di buio, e non sentirli. 72 ore di pressione, e non accorgersene. «I grandi campioni hanno sempre qualcosa in più», la diagnosi d’Andrea Panzeri, il medico che le ha rimesso a posto la gamba: «La soglia del dolore e la testa fanno la differenza». A 35 anni e 213 giorni, e senza l’investitura quirinalizia di Mattarella, torna a splendere sole sul regno delle tenebre di Federica. La regina incede a fatica — ma come riesce a sciare? —, si siede nell’area hospitality, s’incorona stanca e senza troppe cerimonie: «Questa pista era talmente easy…! E questa neve, facilissima… E il tracciato niente di speciale, a parte le prime curve. Dovevo solo attaccare, essere pulita e intelligente», e il resto è stato quel che è stato.

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Dall’underdog all’understatement. Ma lo sa Fede che, alla sua età, è diventata la più anziana campionessa olimpica di tutta la storia dello sci alpino? «No, me lo dite voi...». E che ha eguagliato Alberto Tomba, superando Deborah Compagnoni? «Non ci faccio caso...». Ci pensa la Royal Family dello sci, a mettere in mostra i titoli nobiliari. «Sono ammirato da mia sorella — si commuove Davide Brignone —, nonostante abbia vissuto il suo percorso con lei, indipendentemente dagli ori che è riuscita a vincere. È un onore, sia da fratello che da coach, poterle stare al fianco». E mamma Ninna: «In questi mesi, tutti le chiedevano: ci sarai, tornerai? Stava diventando uno stress enorme, e lei è stata bravissima: è riuscita a non dare peso a niente. Solo così, poteva scendere sciolta. Dopo la gara le ho detto: domani ti ritiri, vero? M’ha guardato malissimo...». E il papà, arrivato apposta oggi: «Il giorno del superG ho pianto, quando ho visto mia figlia piangere. Adesso sorrido, e basta. Ha fatto un’impresa storica».

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Storia, è la parola più abusata. Anche più di Tigre, d’immensa, d’eroina, d’impresa. Nevica retorica senza sosta. Dalla premier Meloni al comandante dell’Arma, che elogia la sua carabiniera. E pure dalla Schlein, dai ministri Abodi e Zangrillo, dall’immancabile Tamberi. Stavolta la Goggia, decima, se ne va senza nemmeno concedere l’onore delle congratulazioni. La Tigre ricambia con lo stesso silenzio. Roar.

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15 febbraio 2026 ( modifica il 15 febbraio 2026 | 23:34)

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